Le Sezioni Unite, con la recentissima sentenza n. 19596 del 18.9.2020, hanno posto (auspicabilmente) fine alla annosa questione che ha diviso i giuristi ed ha preoccupato gli avvocati – passibili di pronunce di improcedibilità – a far data dalla emanazione del D.lgs. 28/2010, ovvero della disposizione normativa che ha sancito la obbligatorietà del procedimento di mediazione relativamente alle materie indicate dall’articolo 5 del testo.

Cosa dispone esattamente il sopracitato articolo 5? La disposizione prevede, tra l’altro, la non applicabilità del comma 1-bis (che prevede la sanzione della improcedibilità delle domande esperite in giudizio nel caso di mancato previo esperimento del tentativo di mediazione) nei procedimenti per ingiunzione, inclusa l’opposizione, fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione.

Ne consegue che, all’esito della prima udienza di comparizione delle parti, il Giudice si esprime in merito alla concessione o revoca della esecutività al decreto ingiuntivo opposto e, con il medesimo provvedimento, assegna alle parti termine di quindici giorni per introdurre il procedimento di mediazione obbligatorio.

Qui la nota dolente.

Su chi grava l’onere di introdurre la procedura di risoluzione alternativa della controversia? Sull’opposto o sull’opponente, ovvero sul (preteso) creditore o sul (presunto) debitore?

Le conseguenze sono di non poco conto, se si considera che in caso di mancata introduzione nel termine assegnato la sanzione è la improcedibilità del giudizio attivato e quindi, a seconda del punto di vista che si intende sostenere, del procedimento monitorio – con conseguente revoca del decreto ingiuntivo – ovvero della opposizione spiegata – e quindi del giudizio a cognizione piena, con connesso acquisto di efficacia definitiva da parte del titolo costituito dal decreto ingiuntivo -.

In mancanza di una chiara definizione normativa, si è assistito al proliferare di domande di mediazione depositate da ambo le parti nello stringente termine di quindici giorni assegnato dal giudice.

Dal canto suo, la magistratura si è dimostrata divisa sulla questione, dando luogo a prassi ed orientamenti diversi da Tribunale a Tribunale.

Le Sezioni Unite della Suprema Corte sono state chiamate ad esprimersi sgomberando il campo da ogni incertezza.

Ebbene, con la richiamata sentenza del 18 settembre u.s., il Giudice di legittimità ha chiarito che l’onere di introdurre il procedimento di mediazione nelle materie obbligatorie, nel caso di procedimento per ingiunzione e conseguente opposizione a decreto ingiuntivo, grava sulla parte opposta e, quindi, sul ricorrente per ingiunzione ovvero colui che è l’attore in senso sostanziale nel giudizio. Con la espressa conseguenza che “ove essa non si attivi, alla pronuncia di improcedibilità di cui al citato comma 1-bis conseguirà la revoca del decreto ingiuntivo”.

Dopo la pronuncia sulla conferma della esecutività del titolo ovvero sulla revoca della provvisoria esecutività già concessa, sarà quindi il ricorrente per ingiunzione a doversi attivare entro quindici

giorni dal provvedimento giudiziale e depositare istanza di mediazione, rischiando altrimenti di vedersi revocato il decreto ingiuntivo ottenuto.

Al di là delle immaginabili conseguenze di carattere processuale, l’importantissima pronuncia della Suprema Corte ha un ulteriore effetto di non secondaria rilevanza.

Invero, alla luce di quanto sancito dal giudice nomofilattico, che ha dimostrato di privilegiare l’orientamento che ritiene di dover riversare l’onere (rectius, opportunità) della mediazione in capo all’attore in senso sostanziale del giudizio, ovvero il creditore, ci si chiede se non sia allora preferibile la strada del previo esperimento del tentativo di mediazione rispetto alla procedura monitoria.

In tal caso, il ricorrente per ingiunzione avrebbe già assolto l’obbligo imposto dalla legge. Vieppiù, il Giudice non sarebbe costretto a sospendere il giudizio per permettere l’esperimento del tentativo di risoluzione alternativa della controversia, rinviando a una successiva udienza che difficilmente risulterà calendarizzata a distanza di soli tre mesi (termine entro il quale deve finire la procedura di mediazione) dalla pronuncia. Si raggiungerebbe, quindi, l’obiettivo di velocizzare i tempi del giudizio.

Inoltre, il previo esperimento della procedura verrebbe certamente visto favorevolmente dal Giudice, soprattutto in considerazione di quel nutrito orientamento di merito che assegna al comportamento delle parti in mediazione un valore anche ai fini della condanna alle spese di lite e per responsabilità ex art. 96 cpc.

Infine, circostanza di non poco conto, il creditore si concederebbe la possibilità di definire bonariamente la questione già prima del giudizio senza dover subire una opposizione con connessi costi in termini di tempo e spese di lite: a maggior ragione nelle ipotesi, non infrequenti, di opposizioni relative a questioni del tutto marginali rispetto alla totalità del credito vantato ovvero, addirittura, che risultano successivamente fondate alla luce di documentazione non nota al ricorrente prima della introduzione del giudizio.

Avv. Virginia Vecchiarelli

Avv. Giovanni Russo

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