Virtù-cardine del mediatoredella dott.ssa Dafne Chitos – Membro del Comitato Tecnico Scientifico AR-Net

 

Il mediatore non entra nel conflitto né cerca di comprenderlo, tanto meno di risolverlo. Il mediatore accompagna le persone lungo il difficile cammino di conoscenza e di ascolto che porta alla visione trasformata della realtà. È lui il primo che entra in sintonia empatica con i configgenti, accogliendo e riconoscendo la loro sofferenza ed il bisogno di affermarsi di ognuno. Una della peculiarità della mediazione è data dal suo costituirsi come spazio per la parola, eppure non sempre ciò che viene detto è ciò che si sente. Spetta al mediatore il compito di dare spessore al senso nascosto delle parole e divenire intermediario tra il detto e il non-detto. Il mediatore, difatti, può essere rapportato alla figura del coreuta della tragedia: come quest’ultimo, attraverso la sua interrogazione permette di esprimere l’ontologia ambivalente dell’individuo, così il mediatore fornisce uno spazio ed un significato alle parole dei contendenti. Il mediatore agisce in tal senso come catalizzatore delle accuse e delle sofferenze altrui, per poi distaccarsene e rinviarla ai suoi autori in una nuova prospettiva, divenendo contemporaneamente un agente di trasformazione. Tra le diverse caratteristiche delineate dagli studiosi sul tema, Jaqueline Morineau individua tre virtù-cardine del ruolo del mediatore:

 

  • Lo specchio: per diventare mediatore è necessario un processo di demistificazione nel quale si impara ad incontrare l’altro per quello che è. Il mediatore si pone così come “specchio che accoglie le emozioni dei protagonisti per riflettere” e per fare ciò egli ha bisogno di uno specchio pulito, ottenibile solo grazie al silenzio;

 

  • Il silenzio: è concepito come il linguaggio dell’anima perché quando il silenzio trova il suo spazio, può esserci quel vuoto di accoglimento necessario a fornire la giusta distanza con l’altro, ma anche con se stessi. Solo chi riesce a tacere può veramente imparare ad ascoltare: “le parole devono cadere nel vuoto per poter risuonare”.

 

  • L’umiltà: deriva dalla capacità del mediatore di incontrare i mediati senza giudicarli, senza voler per forza fare qualcosa e senza proiettare su di loro una sua immagine. “La condizione di equi-prossimità può essere raggiunta al prezzo di una faticosa (seppur temporanea) presa di distanza da alcune attitudini proprie dell’uomo, quali lo schierarsi, l’essere parziali, l’emozionarsi, il prendere parte, il lasciarsi coinvolgere”. Non vanno sottovalutate le difficoltà di sottrarsi a questi istinti naturali, soprattutto quando le narrazioni rimandano al proprio vissuto soggettivo.

 

 

Solo così può avere luogo la mediazione nel suo più alto livello di auto-comprensione e comprensione reciproca: le parti possono cominciare ad empatire, sperimentando il vissuto dell’altro, ed a compatire, accogliendosi vicendevolmente. Ciò che emerge dallo specchio del mediatore arriva direttamente ai soggetti interessati, i quali possono ritrovarsi e riconoscersi creando una comunanza di prospettiva che rende man mano superflua la figura del mediatore.

Il mediatore accoglie ciò che viene espresso, e senza appropriarsene, ne rinvia i contenuti da un altro punto di vista. Il mediatore agisce quindi come un catalizzatore, in quanto aiuta a trasformare la relazione fra gli antagonisti facendola migrare da uno stato di tensione binaria (dove regnano la simmetria, l’esclusione, la competizione tra le parti) verso un processo a tre poli, in cui il dubbio, l’interrogativo e le responsabilità vengono condivise.

La funzione di questa figura professionale fa sì che abbia “più prestigio che potere”, un prestigio conseguente al suo sapersi porre come persona equilibrata, affidabile ed imparziale.

CTS (Comitato tecnico scientifico AR Net)
Latest posts by CTS (Comitato tecnico scientifico AR Net) (see all)
Ti è piaciuto questo articolo? votalo!
[Voti: 3   Media: 4.7/5]